La Storia

La parrocchia di San Pietro in Camerellis è oggi nel cuore della “nuova” Salerno: estende largamente la sua giurisdizione spirituale tra eleganti corsi e strade dense di traffico e si presenta in un’architettura che, da uno stile lontano nel tempo, segna l’origine della “casa di Dio” in pagine di cultura e di storia. La singolarità della sua denominazione le assicura un posto tutto suo nella toponomastica della città e la coinvolge nelle stesse origini del Cristianesimo in Salerno.

La Salerno del secolo I p.C. da tempo non era un castrum, nè un portorium: era un Ordo e tra gli abitanti, tutti civens romani, ferveva la vita. Orazio ne ha il ricordo nella sua Espistola ad Vulvam (I) e Plinio narra che Plozio Placco si dette in Salerno a una vita di lusso e di sprechi. Una difficoltà per quanti giungevano a Salerno dal versante orientale la dava un torrente, oggi detto Rafastia, che spesso con le sue piene impediva raggiungere la Porta Elina, aperta verso Elea, la Velia latina, ricca di cultura e di storia.

Non è soltanto un’ipotesi che l’Ordo Salernitnus abbia costituito, oltre la riva sinistra del torrente, un luogo di sosta per non lasciare all’addiaccio quanti, giungendo di sera, trovavano già chiusa la Porta Elina o, avendo con sè carri e bagagli, erano costretti a fermarsi, non potendo affrontare la piena del torrente. Inoltre i cives romani all’inizio del giorno si adunavano nell’ambito familiare per implorare la protezione dei Lari: è da supporsi, perciò, che anche i viandanti costretti alla sosta trovassero dove adunarsi per implorare la protezione, in assenza dei Lari, della dea Diana, protettrice del territorio al di qua del fiume Sele. Nella storia della Chiesa Salernitana il ritardo di notizie è frequente anche per talune essenziali.

Dal secolo X le reliquie di S. Matteo sono in Salerno, eppure solo nel 1940 si è appreso che non provengono dall’Etiopia africana; solo nel 1975 è stato riconosciuto il culto di San Felice, prete e martire salernitano del secolo III; è oggi risaputo che Alfano I fu l’architetto del Duomo, ma è stato documentato solo nel 1923. Affermare che anche S.Pietro sia stato costretto a fare sosta dinanzi alla iena del torrente Rafastia e che poi abbia almeno attraversato Salerno, è un’altra notizia, che giunge  a noi con estremo ritardo, tanto da poter essere ritenuta una mera leggenda. Ma non mancano i presupposti per ritenerla autentica.

Al contrario del mito e della novella, la leggenda può avere qualche zona d’ombra. Le assicura, però, l’autenticità il protagonista, se è un personaggio effettivamente esistito e se la topografia è presentata con esattezza. Sono questi gli elementi che debbono essere sicuri nel racconto. La leggenda, quasi del tutto dimenticata in Acerno, era ricordata in Olevano sul Tusciano dalla preminenza della figura di San Pietro nel ciclo santoriale, affrescato sulla parete sinistra della basilica discoperta nella grotta dell’Angelo .

L’Apostolo, sbarcato a Brindisi, avrebbe iniziato il cammino verso Roma sulla Via Appia e l’avrebbe interrotto per immettersi sulla Via Popilia: una strada non diretta a Roma, nè costiera. Consentiva, però, di raggiungere la Via Portuense sul Tirreno, per continuare verso Salerno sul versante orientale, che si apriva con la Porta Elina, ed entrare nella città. Anche S. Pietro sarebbe stato costretto a una sosta dal torrente in piena. E i Salernitani, quando furono cristiani, ne vollero affidare il ricordo e una piccola chiesa, eretta extra moenia, in onore del Santo.

L’Apostolo era poi entrato nella città: portava nel cuore il Cristo, che avrebbe dovuto donare anche ai nostri antenati. E fu scelto un apostolo della città, che primo sarebbe apparso allo sguardo di lui, oltre la Porta Elina. E anche lì eressero una chiesa in onore di Pietro, al centro di Portanova: un nome, che dal primo millennio, mai è stato spenti nella topografia della città. Questa volta la chiesa fu intra moenia. Diretto a occidente, Pietro attraversò Salerno per uscire dalla Porta Nocerina, che si apriva sul versante occidentale. E anche lì una chiesa salutò nei secoli il passaggio del Santo: S. Petrus de Foeminis, forse accanto a un monastero femminile.

Diverse strade portavano alla Porta occidentale della città e ognuna volle una pronia chiesa dedicata al Santo: un modo come un per esprimere la desiderata speranza che almeno lo sguardo di Pietro si fosse posato sulle loro mura.

L’Apostolo, però avrebbe potuto lasciare Salerno anche “via mare”. Lo dovette supporre il principe Arechi II (758-757), il quale aveva preferito Salerno alla capitale Benevento per trovare nel mare la strada per sfuggire a un’eventuale aggressione di Carlo Magno. Volle, pertanto, che la “chiesa palatina” sorgesse non lungi dalla Porta di Mare e fosse dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo: il primo, perché, entrato in Salerno, avrebbe potuto lasciare la città anche “via mare”; e Paolo, perché certamente aveva visto la città dalla nave, che portava a Pozzuoli.

E forse era già nota nel secolo di Arechi II la ragione che aveva spinto l’Apostolo a fare la digressione della Via Appia: incontrare Paolo nella Campania felix per proseguire l’avventura insieme verso la Roma dei Cesari.

Recentemente questo incontro dei due Apostoli, presupposto dalla leggenda, ha trovato un’inaspettata conferma nel campo dell’arte.

A Castellammare di Stabia, nel golfo di Napoli, dinanzi a Pozzuoli, è venuta alla luce una fibula di avorio, che reca appunto l’immagine di quell’incontro.

L’artista ha realizzato nella scultura i sentimenti, che rendevano felici i due Apostoli in quell’incontro forse programmato e certamente sperato: entrare insieme nella Città dei Cesari per una missione che avrebbe reso anche “Cristo Romano”.

Lo svolazzo dei mantelli, le pieghe delle venti, la disposizione dei piedi, le braccia tese verso una stretta di gioia, i volti pronti a un bacio di pace, tutto esprime con esattezza la felicità, che infiammava la mente e il cuore di Pietro e di Paolo: un momento, che davvero li rendeva in Cristo felici.

La suggestiva scultura partecipa anche a rendere autentica un’antica leggenda.

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La storia della chiesa di San Pietro in Camerellis è legata alla presenza nella città di Salerno dei Padri Crociferi, un ordine istituto in Italia nel 1169 da papa Alessandro III che, inseguito da Federico Barbarossa, si rifugiò in un loro convento. La Congregazione fu confermata nel 1187 da Urbano III e dotata di speciali privilegi da Innocenzo III e IV. I Padri in un primo tempo portarono un abito di color cinereo, sostituito poi con un abito celeste, secondo le disposizioni del Concilio di Mantova del 1460. E’ probabile che siano giunti a Salerno nella seconda metà del XII secolo, allorchè qualche religioso assunse la cura dell’ospedle di San Lorenzo de Strata, e dell’annessa chiesa omonima, donata nel 1163 da Ersaico, duca delle Puglie e Terra e Terra di Lavoro, all’Arcivescovo di Salerno.

Successivamente i Crociferi si trasferirono nella chiesa di San Pietro in Camerellis, la cui prima notizia risale al 1231. Infatti, in un atto di vendita recante tale data, si parla di Pietro Capicornuto, presbitero e cardinale dell’episcopo salernitano, nonché abate della chiesa di San Pietro in Camerellis, al quale vengono venduti da Pietro Santamaria e Matteo Pappacarbone una terra con vigna, frutteto, forno, diruto, ecc., sita in loco Caniano, presso la chiesa di San Nicola.

Nel 1489 la chiesa venne menzionata in un diploma di re Ferdinando d’Aragona, il quale affida al suo consigliere Corrado la decisione sulla lite sorta tra la chiesa di S. Matteo, i monasteri di S.Benedetto, di S. Pietro in Cammarellis, le famiglie De Ruggiero, Capograssi e Ruggi da una parte, ed il magnifico Francesco d’Ayello dall’altra. Questi, contro il diritto dei primi, pretendeva di costruire muri e botteghe per la fiera di settembre sul litorale di Salerno, in forza di una concessione fatta al suo avo Matteo d’Ayello dal re Ludovico e dalla regina Giovanna.

La Santa Sede nel 1506 conferisce una particolare indulgenza alla chiesa del priorato di San Pietro <<de Camereriisextra muros>> dei Padri Crociferi, la cui peculiare missione a Salerno era quella di dare ospitalità e amministrare i sacramenti ai viandanti che, dopo la chiusura delle porte, non fossero riusciti ad entrare in città.

Papa Giulio II, il 20 dicembre 1551, conferisce la commenda del priorato di San Pietro a don Camillo Casamassima di Bari, suscitando le rimostranze del priore dei Crociferi, fra Taddeo FErrarolo. Il Casamassima a sua volta concede la commenda della chiesa al segretario dell’Arcivescovo Giovanni de Torres, che ne prende possesso tramite il procuratore.

Nel 1557, secondo quanto risulta dai registri vaticani, la commenda viene affidata a Rainubo, cardinale di S. Angelo. Nel 1565 figura come commendatario il cardinale Giulio Colonna, canonico di San Pietro di Roma. Per sciogliere la controversia non ancora sopita tra i commendatari e i religiosi, la commenda è ceduta definitivamente al priore stesso dei Crociferi il 18 marzo 1566.

Nel registro dei protocolli notarili salernitani sono contenuti due contratti di fitto relativi alla chiesa di San Pietro in Camerellis, recanti rispettivamente le date del 12 marzo 1567 e del 22 settembre 1572.

Al 9 dicembre del 1572 risale il primo elenco dei beni appartenenti alla chiesa di San Pietro in Camerellis <<in maritima>>, compilato da fra Orazio Forte di Napoli, vicario generale e procuratore dell’ordine dei Crociferi, il quale viene costituito <<specialiter>> anche procuratore dell’abazia di San Pietro, con ampia facoltà di fittare botteghe ed esigere rendite. Questi, il 28 settembre 1573, fitta una bottega <<extra moenia>> nel luogo detto <<alla Fiera>>.

Nel mese di settembre del 1578 partono i lavori di restauro di alcune camere con bottega a Portanova, nella località detta <<a Sancto Petro>>, sede della Fiera di settembre.

Nell’agosto del 1579 viene costituito procuratore del priorato di San Pietro il reverendo Camillo Bresciano dell’ordine dei Crociferi, con ampia facoltà di esigere atti pubblici e compiere altre azioni legali.

Nelle costituzioni del sinodo diocesano indetto dall’Arcivescovo Antonio Marsilio Colonna nel 1579, il priorato è denominato <<Monasterium S. Petri de Camerellis seu Sancti Spiritus, Ordinis Cruciferorum>>.

Il 12 marzo 1613 l’Arcivescovo Lucio Sanseverino conferisce il <<beneficium simplex>> di San Pietro <<de Portellis>> o <<delle Botteghe extra muros civitatis>> al Seminario di Salerno. Il beneficio è indicato <<sub titulo S. Petri de Portellis seu de Cammarellis situm extra moenia de Portanova>>.

L’anno 1653 segna una svolta nella storia della chiesa di San Pietro. Infatti, papa Innocenzo X, con la bolla Instaurandae regularis disciplinae del 22 ottobre 1652, sopprime in Italia i piccoli conventi, nei quali, per lo scarso numero di religiosi, non era possibile osservare la disciplina e le regole. Il 25 dicembre dello stesso anno viene inviata dall’Arcivescovo di Salerno, card. Fabrizio Savelli, una lettera apostolica in cui si invita il presuale a presentare proposte concordate e firmate da lui e dal Capitolo Cattedrale, sulla ripartizione dei beni e dei locali conventi soppressi. Il 19 marzo 1653 il cardinale convoca i canonici nel palazzo arcivescovile. Le proposte di soppressione formulate dall’episcopio di Salerno vengono approvate da una lettera della Sacra Congregazione per i Vescovi e i Regolari, predisposta dal cardinal Francesco Spada il 6 maggio 1653 e approvata dal papa il 16 dello stesso mese. L’Arcivescovo si Salerno dà effettiva esecuzione alle disposizioni pontificie il 10 giugno 1653.

Il monastero di San Pietro viene quindi soppresso nel 1653 e l’annessa chiesa è eretta in parrocchia il 10 giugno dello stesso anno e dotata di due cappellanie curate perpetue, incamerando alcuni beni del soppresso convento dei Crociferi. Una parte dell’abitazione dell’antico monastero viene concessa al parroco, altri ambienti vengono assegnati ai due cappellani, i quali sono obbligati alla residenza, a celebrare quotidianamente nella chiesa e ad aiutare il parroco nel suo ministero. Tra i beni della parrocchia esplicitamente menzionati nei documenti relativi alla soppressione risultano: una masseria con casa di 16 moggia di terreno seminatorio e arbustato; un’altra masseria simile; un boso di querceto e uliveto di moggia 10; altri cespiti che fruttano una rendita complessiva annua di 465 ducati e 70 grana. Da tale rendita, con un decreto del 29 giugno 1653, vengono detratti 244 ducati e 7 grana e assegnati al Seminario <<per crescere il numero degli alunni del Seminario, sperando che ne abbia a ricevere gran beneficio spirituale in tutta la diocesi>>. Al Seminario viene anche assegnata una masseria che era appartenuta ai Crociferi, ubicata <<extra moenia civitatis et proprie in loco ubi dicitur S. Pollinaro allo Carmine>>.

Dalla denominazione (San Pietro <<extra muros>> o <<extra moenia>>) risulta evidente che la parrocchia, ancora nel 1653, era collocata al di fuori del recinto murario della città ed era destinata a servire un territorio vastissimo. L’obbligo della residenza per i cappellani si spiega con la necessità di amministrare nottetempo i sacramenti a coloro che si trovassero al di fuori delle mura, una volta chiuse le porte della città.

Secondo le indicazioni contenute nei registri dello status animarum, il territorio parrocchiale comprendeva diverse località della distesa <<extra muros>>, della quale buona parte era appartenuta alla chiesa di S. Giovanni in Cannabariis. Anche i territori delle chiese di S. Maria della Neve e di S. Eufebio vennero annesse alla parrocchia.

Il 25 gennaio 1659 l’Arcivescovo Giovanni de Torres si reca in visita pastorale nella parrocchia di S. Pietro. Esamina in modo particolare la sepoltura nella quale erano stati deposti i corpi dei morti per la peste del 1656 ed ordina di non rimuoverli da detta sepoltura e di predisporne un’altra per seppellire in futuro i parrocchiani.

Durante la visita mons. De Torres, la cui vigilanza pastorale si rivolgeva anche al patrimonio artistico delle chiese, rileva la preziosità di una <<icona antiqua>> dorata, rappresentante Maria SS.ma e i Ss. Apostoli Pietro e Paolo.

Deplorevole risulta lo stato della parrocchia durante l’episcopato di Mons. Alfonso Alvarez, austero carmelitano, il quale, nelle sue relazioni, denuncia che i locali dei conventi soppressi, tra cui anche S. Pietro, si sono ormai ridotti a rifugio di delinquenti dediti ad ogni sorta di rapine e delitti.

Il 20 marzo 1698 la parrocchia riceve la visita pastorale dell’Arcivescovo Alessandro Poerio, che rileva un miglioramento nello stato complessivo della chiesa e sofferma in modo particolar la sua attenzione su un’antica immagine di S. Pietro <<dorata e da poco restaurata>>, collocata vicino all’altare maggiore.

Sull’attività dei parroci e dei cappellani, nonché sullo stato dell’edificio della chiesa, possediamo numerose notizie ricavate dai registri delle frequenti visite pastorali effettuate dagli arcivescovi di Salerno nel ‘700.

Oltra alla curazia e alle due cappellanie, risulta che la chiesa avesse nel XVIII secolo anche una rettoria, denominata <<di San Pietro a Camarellis e della Carrara>>.

Nel 1725 la parrocchia conta 200 anime. La rettoria ha una rendita di 102 ducati. Vi è l’obbligo di tre columbri da presentare in S. Matteo: il primo di rose, il secondo di mortella, il terzo di “cerase”. I due curati posseggono un cortile legato alla chiesa con 10 magazzini, di cui 4 grandi e 6 piccoli per una rendita di 91 ducati annui; altri sei magazzini sono fuori dal detto cortile. Di solito si fittano per la fiera di settembre a venditori salami e formaggi.

Tra le numerose visite pastorali, una delle più accurate risulta quella del 9 ottobre 1731, effettuata dall’Arcivescovo Fabrizio de Capua, il quale riscontra un notevole degrado dell’edificio della chiesa, ormai priva di decoroso ornamento e della suppelletile necessaria: <<denudata et orbata di tutto>> e ridotta <<ad formam speluncae latronum>>. La responsabilità è in parte attribuita all’incuria di un <<modernus parochus>>.

L’Arcivescovo, per sanare alla radice il male, decreta il sequestro delle rendite, di ogni introito e dei proventi straordinari e del beneficio e della chiesa. Obbliga anche eventuali debitori a depositare in curia la somma dovuta alla parrocchia.

Si tratta comunque di una breve parentesi, dal momento che i resoconti delle altre visite pastorali non presentano un quadro negativo della parrocchia nel XVIII secolo.

In un recente studio sulle visite pastorali del ‘700, la situazione di S. Pietro viene sintetizzata in questi termini:

<<La parrocchia, riccamente dotata, si estende in un territorio vastissimo con pochi abitanti, poveri, ma probabilmente ben curati sotto l’aspetto spirituale, come si dovrebbe dedurre dalla presenza di tre sacerdoti che si dedicano a tempo pieno al loro servizio.

Essa riesce anche ad esprimersi in vocazioni ecclesiastiche, anche se poche rispetto alle parrocchie cittadine in senso stretto. Questa scarsezza di vocazioni potrebbe anche essere conseguenza della povertà della gente.

L’edificio di culto e l’interno di esso: se ne ricava un’impressione positiva. Solo nella vecchiaia del parroco Marotta si rileva una notevole decadenza. La presenza di due cappellani più giovani (…) non basta a costringere il parroco vecchio ad avere più cura della chiesa. D’altronde è molto probabile che anche in questo si faccia sentire negativamente la povertà dei fedeli, che se non possono pagarsi la sepoltura nella propria chiesa parrocchiale, tantomeno saranno in condizione di contribuire al mantenimento decoroso di essa.

Comunque bisogna riconoscerlo: in genere l’Eucarestia è conservata con rispetto della norme liturgiche, il battistero è tenuto con cura, le suppellettili sono sufficienti ed anche abbondanti, gli altari in ordine, c’è rispetto per gli oli consacrati. Non si può non ammirare lo zelo dei sacerdoti, al di là delle manchevolezze, veramente poche se si confrontano con quelle di altre chiese, dove spesso c’era tanto da rifare.

I successori di don Marotta trasformano la chiesa dal punto di vista delle “devozioni”. Nuovi santi rimpiazzano i vecchi perché questi non sono più sentiti della devozione popolare. Oppure i parroci impongono le proprie personali preferenze ai fedeli. (…)

Le notizie abbondano nei primi anni trenta del secolo [XVIII], perché i documenti sono stati conservati in maggior numero. Poi incominciano a scarseggiare. I pochi verbali sono generici e vago è ciò che si riesce a conoscere. Persino l’avvicendarsi dei parroci diventa difficile da ricostruire. Eppure la parrocchia deve aver continuato ad avere vita intensa>>.

Sull’interno della chiesa nel ‘700 siamo in possesso dei seguenti dati: il tabernacolo, alquanto decoroso, era in legno e la pisside in argento; il fonte battesimale era in legno e privo dell’immagine di San Giovanni battezzante; per un certo tempo il cancello del battistero fu privo di chiave, ma, in segutio, grazie alle sollecitazioni dei visitatori del vescovo, si provvede a procurargliene una; l’altare maggiore è dedicato a San Pietro; gli altari laterali sono dedicati al Crocifisso, a Sant’Ignazio, a Sant’Antonio Abate e a San Biagio; il corpo della chiesa e le pareti non risultano in buono stato, forse a causa di un terremoto; vi sono poche sepolture; vi è più di un confessionale; il numero delle porte non è precisato; il campanile possiede due campane; la sacrestia risulta dotata di sufficienti suppellettili; lo stati del sacrario è in buone condizioni; l’olio degli infermi è ben custodito.

Quanto alla situazione economica, emerge che la chiesa è una delle più ricche della città. Infatti il parroco gode di una prebenda di 130 ducati, più di ogni altra chiesa salernitana. Ciò è dovuto alla necessità di provvedere ai numerosi parrocchiani che versavano in condizioni di estrema povertà.

Sullo stato della chiesa nel XIX secolo possediamo scarse informazioni.

Il 21 settembre 1931 sul suo territorio nascono la parrocchia di Fratte e quella del Sacro Cuore, nei pressi della stazione ferroviaria.

Il 24 ottobre 1937 nasce la parrocchia dell’Immacolata a piazza S. Francesco, con la dote del beneficio parrocchiale di S. Pietro in Camerellis.

Durante la seconda guerra mondiale la chiesa subisce gravi danni in seguito ai bombardamenti. Viene quindi demolita e riedificata più ampia e più consona alle esigenze della popolazione, con annessa casa canonica.

 

Riferimenti bibliografici:

A.Balducci, L’Archivio diocesano di Salerno. Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Camera di Commercio, Industria e Agricoltura, Salerno 1959

Idem, Il Seminario di Salerno nelle sue origini ai nostri giorni (1965-1932), Prem. Tip. F.lli Di Giacomo di Giov. , Salerno 1933-X

G. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, vol 3, Subiaco 1931, 1934, 1946

G. Crisci, Salerno sacra, vol. 3, II ed. , Salerno 2000

G. Crisci, Il cammino della Chiesa Salernitana nell’opera dei suoi vescovi (sec. V-XX), vol. 3, LER, Napoli-Roma 1976